Le mani.

Porto le mani al viso. I palmi sfiorano l’olfatto, malato di memoria indelebile. L’odore di polvere e cemento sa di carne consumata e tasche vuote. Di acqua che non ne cancella l’alone, lasciando il biancore che esalta i solchi che sono percorso. Niente più delle mani parla della vita di un uomo. Nemmeno gli occhi, che puoi chiudere un attimo prima di pregare o di andar via. Le mani raccontano la timidezza e precedono l’ira, con il loro carezzarsi l’un l’altra o con il loro tremore. E scaldano a seconda dei battiti, o non lo fanno. Si distendono se le tocchi o se carezzano le lacrime di una madre. Perché le lacrime di una madre fanno male sempre. E allora tornano piccole, ingannando ogni memoria.

20171019_231604Cristian Marrosu..

Foto: Le mie mani alla sera, dopo il lavoro.

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Libano

Libano.

Osservavo il faro immobile mentre la barca andava. Era l’ unica luce che scorgevo. Nessun’altra in quella parte di terra. E il silenzio sapeva di trincea e solitudine, ma senza la paura. Era come non sapessi dove stavo andando. Non c’ era dolore, apprensione ne curiosità. Solo un’infinita di istanti che conservo affinché restino sempre. La curiosità mi porterebbe a cercare, tralasciare o scegliere. Ora vorrei che ogni cosa mi attraversi senza sceglierla. Sono qui. Sento solo il presente.

Mi sono accorto che qui il tempo ha un senso, nonostante sia nudo e svuotato senza motivo accanto. Sfugge via prima che possa stringerlo forte. Mi ricorda che i fallimenti dell’amore portano con se, meravigliosi strascichi. Talvolta. In ogni foglio c’è il tuo nome, e qui, tra i cedri non riesco ad individuarti, se non al di la della recinzione nel mare, senza padrone. Sa sottolineare la distanza; non mi fa vedere l’altra parte. Non ha una tappa intermedia e non riesco a inventarla.

Il tempo qui ha un senso. Tra le musiche che durano troppo poco. Le parole cantate lente, che non riescono a restare nella memoria. E le riascolto infinite volte, cercando di concentrare l’attenzione sulle parole. Ma in un attimo passano e non le ho scritte.

Il tempo qui ha un senso. Quando gli uomini e le donne si siedono. Un attimo prima non avevano un argomento ma si posano e si raccontano qualcosa nella loro lingua. È il tempo di due note di sigaretta. Di un caffè che Nadine prepara piano, per donare loro un istante in più; e si dicono qualcosa. Lei poi china la testa con un rispetto d’ altri tempi. Alla fine del loro dialogo non ho una spiegazione. Ma è un momento perfetto.

Il tempo qui ha un senso. La mia pelle se ne è accorta. I miei occhi possono percepire da lontano il silenzio interiore di chi cammina in questo altrove. Questo altrove in cui il senso di vera convivenza posso toccarlo, e la loro fede è vera intimità.

Qui il tempo ha un senso, osservando questa normalissima gente. I loro occhi composti e visi responsabili, che si addolciscono ad un cenno di parola. La purezza dei gesti. Normalissima gente.

Shaama, Libano.

20171123_204417 Cristian MARROSU

Foto: Rosa in ferro forgiato, di Cristian Marrosu

 

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Omaggio

La prima volta che vidi l’opera “La madre dell’ucciso” non trovai parole per descriverla. Sapevo poco di Ciusa e della sua arte. Mi affacciavo alle prime letture; quelle intime, mie. Quelle non obbligate. Scelte sulla base di un’intuizione, o curiosità, che mi togliesse il fiato; che mi facesse sentire in un altrove. Non sapevo molto, ma quel giorno capii che anche la pietra poteva raccontare una storia. La storia di una donna e di una provincia. Di un luogo che non aveva gli anticorpi per guarire da nulla, nemmeno dalla solitudine.

“La madre dell’ucciso” racconta il lutto più brutto. Un silenzio scelto fino alla fine. La resa, di fronte ad una vita che si è costretti a vivere; per dovere, per crescere altri figli, o perché un lembo di fede, ti ricorda che farla finita è peccato mortale. E vivi. Procedi nonostante il dolore più innaturale che esista.

Una volta conoscevo una donna, che aveva

gli occhi spenti così. E una bocca quasi sigillata, che parlava poco e pregava tanto. Diceva solo il necessario. Ne abbracciai gli strascichi di un dolore che rimane nella memoria del sangue. E da piccoli, tante cose non si capiscono. Non puoi saperle. Puoi solo osservare silenziosamente la vita che scorre, nonostante tutto. E quel silenzio, che non guarisce nulla, e conserva i sentimenti mentre le carni invecchiano. Perché ci sono delle cose che semplicemente non passano.

“La madre dell’ucciso “ è questa memoria. Un dono dal valore inestimabile di un Nuorese così Grande, da aver saputo raccontare il silenzio.

Umilmente, mi sono permesso di scrivere queste poche righe per accompagnare questo mio ultimo risultato.

Era solo ferro. Ora è un omaggio.

Cristian Marrosu.

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Foto: Riproduzione del viso, in ferro  dell’ opera; ” La madre dell’ ucciso” di Francesco Ciusa. Opera realizzata da Cristian Marrosu.

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Fallito in amore.

Estratto.. ( In attesa della carta.. )
Qualcosa l’ aveva capita sull’ amore, perché nell’ amore era un fallito.
E nella consapevolezza del fallimento, sentiva l’essenza più profonda del nulla. La tristezza.
Velata, resterà inguaribile, nonostante la guarigione che il tempo saprà mascherare, quando la testa saprà accorgersi di quanto spazio ancora ci sia da riempire. Poiché la vita è anche questo.
E nella memoria del vuoto rimane solo un’ oscillare di palpebre; nel sentirsi completamente solo malgrado l’ amore lo attraversasse.
Colui che non sa cogliere e accogliere. Questo è il fallito in amore.
Cristian Marrosu.

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Cose da rifare..

Mangiare il pane di semola che facevano a Pec, in kosovo. Camminare per Forte Preara, sulle colline di Montorio veronese e sedermi un poco a respirare e ascoltare gli echi. Camminare per piazza Michelangelo a Firenze, di domenica mattina presto. Camminare per il San Remy a Cagliari e far finta sia la prima volta, per emozionarmi sempre. Fare due passi per Rio Maggiore nelle cinque terre, e correre non appena piove. Rivedere Veby di Dakovica in kosovo e abbracciarlo forte. Rivedere Hassun di An – Nassirya, in Iraq, e dirgli che mi dispiace per aver perso il suo piccolo dono. Camminare per il lungo mare di Crotone, immaginando che non ci sono mai state le piattaforme sul mare. Visitare il cimitero degli artisti a Parigi, passando prima da Modi’ e poi da Jim, perché se passo prima da Jim mi dimentico tutto il resto. Camminare per Bologna in via Ugo Bassi e immaginare che la “Panetteria da Gio’ ” sia sempre li, e la serenità, pure. Rileggere il peso della farfalla di Erri De Luca e Paula di Isabelle Allende. Ascoltare la ballata delle madri di Pasolini dalla voce di Gassman, senza piangere. Rivedere ” Quando tutto cambia ” di Helen Hunt e ” La chiave di Sarah ” brindando all’ umanità subito dopo. Camminare per Marola canticchiando la Ragazza e la miniera di De Gregori e bere un tè nel bar sul ponte, a Peschiera del Garda. Entrare nella chiesetta di Maggio di Cremeno vicino Como, e pensare ancora che il silenzio sia la miglior preghiera. Vedere il colle di Monte Jaca e pensare che da li cominciò il dopo senza pensare al prima. Ritornare a Lula con il mio primo libro, e incontrare quel tale irritato per come finiva la storia, e chiedergli di scrivere un nuovo finale. Rivedere il mio primo comandante e dirgli che i suoi consigli mi hanno aiutato tanto. Rivedere Vincenzo e dirgli che se avesse letto ” Diari ” di Silvia Plath, oggi annuserebbe la neve, lasciando che la vita lo avvolga.
Questa è una parte di cose da rifare… piano piano.

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Estrapolando.. in attesa della carta. ” Dai che non piove ancora “..

La voce di Greta che le suonava nella testa, nella Biashara prima ancora di Saccargia, era  tra le righe di quelle invocazioni che le scriveva giorno per giorno nelle sue e mail.  Non era un chiedere aiuto, perché la sensazione era che l’ aiuto non potesse esserci; ma come un dialogo con se stessi, costante, con la propria intimità.

Una preghiera dal sapore pagano, come si parlasse a qualcuno con piena consapevolezza che non ci sia, che non ascolti. E’ questo era lo stesso pensiero che le accumunava. Ziva però, non voleva che avesse un sapore pagano. Percorreva da sempre la sua strada, con occhi che non sapevano quasi mai abbandonare la meraviglia del circondato. Dalle sue cisterne nella casa, ai suoni di quella Cagliari che nel suo “ sentire “ era magica. Fino a camminare in calde sabbie africane, ed innamorarsi di un posto che lei sapeva, non le avrebbe mai prestato radici. Forse era un modo come un’ altro per sentirsi abbastanza lontana da tutto il suo mondo che l’ aveva sempre vista così; coi suoi foulard  e i suoi occhi semichiusi; quando le infezioni la tenevano sveglia, e non ricordava più cosa volesse dire un vero risveglio.

“ Conserva sempre la stessa forza.” Greta, andando via la lasciò così.

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sull’ infanzia..

La terra. “ Deus ti bardete “.  Tradotto dalla antica lingua sarda, significa “Che Dio ti benedica”.  E’ quello che pensavo ogni volta che lasciavo Sami, in un incessante intima preghiera che per lui ogni giorno fosse leggero; Ed è quello che sentivo dire alle donne di casa, ogni qual volta impastavano la farina per fare il pane. Le sensazioni di quei momenti, avrebbero scosso chiunque. Vedere le donne che con fatica impastavano, e i loro cuori ringraziavano perché ne avevano ancora. Ancora grano e ancora vita. Guardando Sami che accarezzava la terra la sensazione era la stessa.  Chiedergli a cosa pensava in quei momenti era sospendere in lui  silenzio e pensieri preziosi. Preziosi come la memoria che si impegnava a conservare. Non potevo permettere che i suoi lembi vacillassero. Lui doveva ricordare e conservare.

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