Raccontava..

Kefir mi raccontò sottovoce, come se dirlo piano avesse rievocato meno il ricordo, che prima di lasciare la sua casa in Ruanda rimase appoggiato allo steccato a fissarla. Disse, mentre percorreva la strada del non ritorno che voltandosi guardò il vecchio cancello, legato col fil di ferro. Nulla gli apparteneva di quel luogo e non aveva memoria alcuna di un legame con quelle mura. Gli occhi, sempre a cercare un altrove, come la sua carcassa stanca; di quel corpo che aveva seduto e camminato ovunque; e ovunque era ricordo. Ma non li. Li non vi era memoria perché non vi era mai stata pace.” La libertà è questo. La leggerezza dell’ anima nel guardare un cancello, una casa, un letto. E non sentirsi disturbati…” Disse così. 424786_2990664939529_155114328_n

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Lebanon, Shaama. 8 novembre 2016. Buon rientro a casa..

Gli ultimi giorni di un’esperienza lavorativa lontano da casa, sono sempre avvolti da un sentimento confuso. L’ assuefazione della lontananza; quel distacco spontaneo da una propria realtà, ad una “costretta”; scelta ma costretta. È in un insieme di riflessioni, di tentativi di adattamento prevale la necessità di un’assenza di branco. Prevale la non appartenenza ad un branco, che tutto quel che vuole è un piccolo spazio in quel mezzo. Ad ogni costo, come se l’identità personale oramai, fosse automaticamente prevaricata da una voglia di certezze future. Quando il compromesso diventa una porta semi aperta verso qualunque cosa ci sarà domani. È la fine dell’individualità, quell’ automatismo dell’accettare ogni cosa. Mi siedo. Bevo il mio terzo caffè di questa bellissima mattina qui, in questo altrove che sto per salutare; penso a qualche mese fa, in cui la cosa importante era il “fare”. Tenevo sempre presente, per dirla con una battuta da fumetto, che quel che facciamo ci qualifica sempre. E ora che i giochi sono conclusi, quel “fare” torna a quella piccola essenza vista con occhi distratti, molto più attenti a chi per qualificarsi usa il “ Io Sono. “
La cosa bella, è che alla fine torniamo da qualcuno; torna da qualcuno persino chi non ha una moglie o dei figli. Qualcuno torna semplicemente al suo bar, quello dove il caffè è buono, in cui ci si sente a casa.
E quando arrivi a casa e nell’ abbraccio dei figli, o della barista che non sorrideva così da mesi, ti senti fluire via tutta la negatività che sentivi, allora questo posto prende la giusta distanza da te. E stringo mia figlia forte forte. Mi rimangono solo le cose buone. Il resto rimane ai servi e ai cani, quelli col sorriso come una tagliola, come amava cantare il poeta Francesco. I cani, che restano sempre davanti alla porta del padrone. Detto ciò, la gente che abita questa terra è normalissima. Nessuno mi ha fatto del male. A chi leggerà, buon rientro a casa.
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Foto: Cristian Marrosu in abito da cerimonia.
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Pensavo che..

In questa piccola fascia oraria, dalle 13 alle 15, quando sono in casa, tendo a lasciarmi andare ad alcune riflessioni non cercate. Piombano addosso come consigli non chiesti, talvolta impetuose e prive di ogni giustificazione o motivo. Deve essere proprio, che i miei Neuroni non sanno cazzeggiare. Comunque; un giorno non tanto tempo fa, in questa fascia oraria, mi venne da pensare agli occhiali di John Lennon. Yoko Ono, poco dopo l’ omicidio li raccolse da terra ancora insanguinati, e li posò sulla scrivania. Sono ancora li, dopo decenni. Li lasciò così senza mai pulirli, per sottolineare il suo impegno pacifista. Questa cosa mi rimase impressa; soprattutto guardando oltre gli occhiali insanguinati, subito dopo la scrivania;  una vetrata che da sulla città Viva. Una città che andava avanti, nonostante in quella stanza tutto fosse fermo all’ 8 dicembre 1980.

E poco dopo, mi venne in mente un intervista di un nipote di Aldo Moro: Disse: ” Mi pareva cosi strano guardare dalla finestra di casa il mondo che andava avanti lo stesso, nonostante mio nonno fosse morto.  ”

Erano due episodi ben diversi, di epoche diverse, di personaggi diversi, correlati dalla stessa cosa. La stessa sensazione dolorosa dell’ accettazione o no di un evento; ma che inevitabilmente si limitava alle quattro mura di chi aveva subito la perdita. Il mondo inevitabilmente, va avanti comunque.

Per fortuna c’è la memoria.

Io non mi fido granchè della memoria; il tempo la può distorcere.

Ma non può distorcere il mio ferro.

Un omaggio alla memoria. Mr John Lennon.

20170113_214101Fotografia; Ritratto in lamiera di John Lennon realizzato da Cristian Marrosu. Tecnica di taglio a scalpello e sovrapposizione ferri a contrasto.

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Seconda.

C’è stato un tempo in cui ciò che era prezioso era deciso dalla terra, non dall’ uomo.

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Terra come madre, che seppe dare alla pietra la bellezza, lasciando che fosse li anche solo per essere guardata, per donare anche a lei quel diritto, dell’ essere qualcosa in più.

Oggi una piccola pietra sta alla base di qualcosa. Resterà li tra le cose che puoi guardare; in quel tuo posto, dove l’ ondeggiare delle foglie sa fare musica, e tu sai ascoltare;  e le voci che vi aleggiano ti fanno amare ogni istante dell’ esistere. Quel posto dove tu sai ringraziare ogni giorno per chi  è riuscito a restare, e sai essere grata. Quel posto in cui non importa chi è primo o secondo, perché anche quella pietra diventò seconda, quando la sua  preziosità, agli occhi degli altri fu sopraffatta dal suo essere Roccia.

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La roccia dura e la roccia preziosa. Sa tenere tutti i pezzi insieme; preziosa come una testata d’ angolo che se cade, tutto fa cadere. Tu sei così, una roccia preziosa. Anche mentre dormivi, e lasciavo che la tua essenza mi carezzasse ancor prima delle tue mani.

Cristian Marrosu.

Foto: io e la mia ultima creazione:  piatto in ferro e incastonato lapislazzuli; la pietra che diventò seconda.

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Percorrendo ” L’ altra pelle ” .. Estratto..

… << sosteneva che una qualunque forma forgiata dal metallo, guadagnasse un’ eternità. Sarebbe rimasta sempre la stessa per tante vite. Magari avrebbe opacizzato il suo colore, ma mai la sua tempra; il suo stato originale. Nasceva dal fuoco, non dalle polvere, diceva, per parlare in termini biblici. Quella mattina, sarebbe andato a casa di un collezionista e  avrebbe presentato un “Cristo”. Un volto del figlio di Dio, sofferente e dolorante con lo sguardo cieco dal dolore umano; prigioniero della croce. Cercava suo Padre  con l’angoscia di qualunque figlio che cerca il suo.>>  27658071_1794868547198596_6784359832637096951_n

Estratto de: ” L’ altra pelle ” di Cristian Marrosu, in pubblicazione per Musa editrice.  Foto: Cristo nella passione. Creazione in ferro di Cristian Marrosu, donata a Papa Francesco nel 2017.

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Attesa.

  • … Capire il valore dell’ attesa. Del sapersi fermare, come ad osservare un opera finita e restare a guardarla da angoli diversi. Per vedere come cambia, a seconda della prospettiva.
  • Per cercarne l’ imperfezione prima che la bellezza. Perché l’ attesa è un valore.
  • Perché l’ attesa non è un qualcosa che si pratica stando fermi, ma è dare a tutto, il tempo di diventare qualcosa.
  • L’ attesa è un sentimento che giace in un piccolo spazio tra la mente e il cuore dove trova il suo nutrimento. L’ habitat perfetto,  in cui la mente sa dargli l’ equilibrio e il cuore ne tiene viva la speranza e la memoria. Perché nell’ attesa si può dimenticare da dove si è cominciato. Cosa si stava aspettando.
  • Quando arriva quel momento in cui ti chiedi come sei arrivato sin qui e devi saperti dare una risposta; e guai se una risposta non c’è.
  • La memoria del percorso.

Estratto: Cristian Marrosu

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Foto: Lampada in ferro “L’ attesa” di Cristian Marrosu

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Pessanne a manneddu. ( lasciando che mi faccia compagnia )

Si, la pancia ha recuperato gli occhi. Non sa ingannare quando si contorce così, di fronte  ad un qualcosa che gli occhi colgono e sanno fermarsi. Perché la triste imperfezione che può abitare  la ragione non concede asilo, alle sensazioni che nell’ animo non conoscono freno. Non bado più alla scomodità di questa seggiola col suo cuscino sformato. Ne alla Quercia che pare mi osservi. E’ sempre li, a beffarsi delle intemperie e degli inverni; dei venti che lo hanno travolto. Potesse ridere lo farebbe, come  chiunque dopo averla scampata. Dopo aver sentito il pericolo via via scemare,  e avvertito il sangue scorrere ancora.  Pensavo alla cosiddetta “ parte degli angeli “. Di quando un buon distillato attende con pazienza di invecchiare dentro la botte chiusa. Negli anni una parte di lui  evapora, riuscendo a filtrare dai legni. Il due per cento dicono. Quel due per cento lo chiamano così: “ La parte degli angeli “ . E’ come ogni qual volta una grande paura ci scuote e pare si prenda una parte di noi. Talvolta sembra di aver perso un pezzo di vita. Forse quella è la nostra parte agli  angeli. Mi piacevano gli occhi del mio povero nonno quando vedeva cadere del vino o perdersi del pane. Li socchiudeva e in quel sussurrare “ a suffrazu de sas animas “ c’era tutta la tristezza del mondo; in un riaffiorare di ricordi di fame, istantanei come una cascata. Come i miei, adesso.

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Salude mannè…

Estratto.. Cristian Marrosu.

Foto. Presenta bottiglia in ferro, con calici. Di Cristian Marrosu.

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