Crepuscolare.

Credo che uno dei più grandi rimpianti della mia vita, sia stato aver perso gran parte dei primi istanti di ogni nuovo giorno. La prima luce, i primi rumori. Il primo mattino è quella brevissima parte del giorno in qui tutto è più equilibrato; dalla luce alle “melodie”, ai profumi. Credo sia anche il momento più giusto per pregare,  perché il buio nonostante tutto, fa sentire troppo soli. Ho immortalato in pochi scatti alcune tra le più belle mattine dei miei periodi negli altrove. Ne ricordo alcune nei Balcani, accompagnate da canti religiosi che sapevano di cose belle. E’ incredibile come le fotografie degli stessi luoghi, in qualunque altra ora del giorno non ricordino nulla. Non somiglino a nulla. Sono solo immagini con dei bellissimi colori caldi, ma solo immagini. Perciò il rimpianto. Perché la prima luce del mattino è una sensazione brevissima e bellissima. E’ un privilegio concesso ogni giorno. E’ un peccato perderlo.  Ora sono in cucina seduto su uno sgabello; come fossi in un bar all’ ultimo drink, dopo una notte di silenzi in mezzo al rumore. Osservo e mi accorgo della prima luce che filtra dalle tende; un omaggio alle tele appese alla parete;  quei pochi raggi già mutano i toni delle sfumature.  Poso sul tavolo la tazzina e salgo al piano superiore per guardarla.

La Dea ha la giusta luce. Lei dorme ancora. E’ un momento perfetto. Buona giornata.

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Fotografia: Scultura realizzata da Cristian Marrosu.

” Dea Madre Sarda ”  Ferro lavorato a mano e colorato a fuoco. Omaggio alla Sardegna, alla Natura, alla Donna, a Nivola.

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Prima della tempesta.

Si dirada la nebbia, molli gli ormeggi e ti stacchi.

Percorri il South Cent; superi Rockin Et, Temptown Island, passi Maind Spot, dove pattinavo da bambino.

Dai fiato al corno da nebbia e mandi un saluto al figlio del guardiano del faro di Touch Island.

Poi compaiono gli uccelli, i mugnaiacci, le anatre spose, i gabbiani reali.

Il sole ti scalda. Viri a nord ti metti a 12 nodi. Sei a pieni giri. Gli uomini sono indaffarati, tu sei al timone. E hai il comando di una splendida barca da Spada. Non c’ è qualcosa di meglio al mondo.

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Billy Tyne, Comandante del peschereccio Andrea Gail.  1991.

 

 

 

 

 

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” estratto” Respiravo piano, mentre aspettavo.

. L’ attesa è un sentimento che giace in un piccolo spazio tra la mente e il cuore dove trova il suo nutrimento. L’ habitat perfetto, in cui la mente sa dargli l’ equilibrio e il cuore ne tiene viva la speranza e la memoria. Perché nell’ attesa si può dimenticare da dove si è cominciato. Cosa si stava aspettando. Quando arriva quel momento in cui ti chiedi come sei arrivato sin qui e devi saperti dare una risposta. E guai se una risposta non c’è. La memoria del percorso. E come non riconoscere più il proprio giardino ricordandolo spoglio. I propri gelsomini ricordandoli appena piantati, piccoli piccoli quella prima volta che sentirono la terra bagnata. Li ritrovi grandi che hanno coperto ogni cosa e ti rendi conto di quanto sia stato bello aver saputo attendere. E anche l’ albero ancora piccolo che non vedevi nell’ angolo del cortile ora è grande; trattiene il vento che prima sbatteva sulla porta. Ripara la casa, protegge quel che è suo. Protegge quel che è tuo.
L’ attesa qualche volta è bella. IMG_20160708_203510

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Saluti dall’ Eden.

E mentre tentavo di asciugare gli occhi, mi accorsi che non conoscevo rabbia. Che la delusione già era avvolta da anticorpi, tali da costringermi all’ indifferenza verso ogni forma di miseria morale; ancor prima di rendermi conto che le onde dietro di me, si erano portate via le tracce dei miei passi.

Vivere in pace è anche questo. Quindi, voi che non riuscite, poeticamente, fottetevi.

Amen.perla

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La ballata delle madri.

La ballata delle madri. Lo sconforto di Pasolini, per una civiltà contandina perduta. La sua rabbia civile sul grande coraggio e la sua disperata vitalità. V. Gasmann.

 

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Foto: Napoli, Pasolini, raccoglie Pasolini.

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Raccontava..

Kefir mi raccontò sottovoce, come se dirlo piano avesse rievocato meno il ricordo, che prima di lasciare la sua casa in Ruanda rimase appoggiato allo steccato a fissarla. Disse, mentre percorreva la strada del non ritorno che voltandosi guardò il vecchio cancello, legato col fil di ferro. Nulla gli apparteneva di quel luogo e non aveva memoria alcuna di un legame con quelle mura. Gli occhi, sempre a cercare un altrove, come la sua carcassa stanca; di quel corpo che aveva seduto e camminato ovunque; e ovunque era ricordo. Ma non li. Li non vi era memoria perché non vi era mai stata pace.” La libertà è questo. La leggerezza dell’ anima nel guardare un cancello, una casa, un letto. E non sentirsi disturbati…” Disse così. 424786_2990664939529_155114328_n

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Lebanon, Shaama. 8 novembre 2016. Buon rientro a casa..

Gli ultimi giorni di un’esperienza lavorativa lontano da casa, sono sempre avvolti da un sentimento confuso. L’ assuefazione della lontananza; quel distacco spontaneo da una propria realtà, ad una “costretta”; scelta ma costretta. È in un insieme di riflessioni, di tentativi di adattamento prevale la necessità di un’assenza di branco. Prevale la non appartenenza ad un branco, che tutto quel che vuole è un piccolo spazio in quel mezzo. Ad ogni costo, come se l’identità personale oramai, fosse automaticamente prevaricata da una voglia di certezze future. Quando il compromesso diventa una porta semi aperta verso qualunque cosa ci sarà domani. È la fine dell’individualità, quell’ automatismo dell’accettare ogni cosa. Mi siedo. Bevo il mio terzo caffè di questa bellissima mattina qui, in questo altrove che sto per salutare; penso a qualche mese fa, in cui la cosa importante era il “fare”. Tenevo sempre presente, per dirla con una battuta da fumetto, che quel che facciamo ci qualifica sempre. E ora che i giochi sono conclusi, quel “fare” torna a quella piccola essenza vista con occhi distratti, molto più attenti a chi per qualificarsi usa il “ Io Sono. “
La cosa bella, è che alla fine torniamo da qualcuno; torna da qualcuno persino chi non ha una moglie o dei figli. Qualcuno torna semplicemente al suo bar, quello dove il caffè è buono, in cui ci si sente a casa.
E quando arrivi a casa e nell’ abbraccio dei figli, o della barista che non sorrideva così da mesi, ti senti fluire via tutta la negatività che sentivi, allora questo posto prende la giusta distanza da te. E stringo mia figlia forte forte. Mi rimangono solo le cose buone. Il resto rimane ai servi e ai cani, quelli col sorriso come una tagliola, come amava cantare il poeta Francesco. I cani, che restano sempre davanti alla porta del padrone. Detto ciò, la gente che abita questa terra è normalissima. Nessuno mi ha fatto del male. A chi leggerà, buon rientro a casa.
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Foto: Cristian Marrosu in abito da cerimonia.
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